A Mind_of_Mine
Happy B-Day to Me.

Auguri a Me.
Auguri ad Angela, ad un nome che non mi è mai piaciuto ma che ho imparato ad amare soprattutto quando é pronunciato da chi mi vuole BENE.
Auguri alla bambina che anche se Donna non ha mai smesso di prendersi e mettersi in gioco, ironizzando su se stessa per prima.
A Me che non ho mai mollato un solo sogno ad occhi aperti per osservare il suo percorso mentre si avvera.
Auguri a Me che sono caduta tante volte ma mi sono ritrovata in piedi, e se continueró a farlo mi rialzerò.
Auguri a tutti questi anni di vita, 40, vissuti attimo dopo attimo, sotto la pelle nuda, comprendendo le mie difficoltà, come le mie fragilità da farmi carico e andare avanti.
Auguri a questa mia vita tratteggiata da un sorriso immenso e da una folle voglia di vivere.
Auguri a Me.
40 anni si, ma di fastidio per i restanti compleanni ne daró di sicuro.
Auguri Angela. Auguri Io. Auguri a Me.

E fumo sigarette
Guardandoti su foto che io
Io non scorderò.
E non c’è niente di speciale su nel cielo

E fumo sigarette
Guardandoti su foto che io
Io non scorderò.
E non c’è niente di speciale su nel cielo

Life.

Life.

Inventerai l’equilibrio che cerco.

Attimi

Attimi

“Che importa!” continuava a ripetersi e camminava su quei sandali troppo alti, i piedi le facevano male, e ripeteva “che importa!”, quel dolore era sempre più debole di quello che era stato soffiato su di lei.
“Che importa!” ripeteva a se stessa. 
Passo dopo passo. 
Minuto dopo minuto. 
Ferma sul ciglio della strada sfiorata a malapena da passanti distratti e frettolosi nel darle un’occhiata fugace. 
Si era fermata, si era accovacciata sul marciapiede e aveva deciso di togliersi quei sandali tanto “che importa”e continuava a ripetetersi. 
In piedi. 
Meno dolore, meno male. 
Vedeva sfrecciare le macchine, le seguiva con lo sguardo e puntava al centro della carreggiata.
Voleva vedersi spostare dal vuoto d’aria che si sarebbe creato al passaggio di macchine. 
E si era portata proprio lì.
Le suonavano. 
Uno le aveva urlato “Matta” 
Non aveva dato importanza a quell’urlo, poi quell’urlo l’aveva raggiunta alle spalle, spingendole i pensieri. 
“Si matta ma che importa.” 
Si era persa, aveva perso tutti i momenti graffiati ad una vita comoda, aveva perso le certezze di sicurezza, aveva perso quell’illusione sabbiosa che aveva creduto fosse, amore.
Aveva perso, si, ma si era ritrovata perdendo ciò che evidentemente doveva essere perduto per poi riprendersi se stessa.

“Che importa!” continuava a ripetersi e camminava su quei sandali troppo alti, i piedi le facevano male, e ripeteva “che importa!”, quel dolore era sempre più debole di quello che era stato soffiato su di lei.
“Che importa!” ripeteva a se stessa.
Passo dopo passo.
Minuto dopo minuto.
Ferma sul ciglio della strada sfiorata a malapena da passanti distratti e frettolosi nel darle un’occhiata fugace.
Si era fermata, si era accovacciata sul marciapiede e aveva deciso di togliersi quei sandali tanto “che importa”e continuava a ripetetersi.
In piedi.
Meno dolore, meno male.
Vedeva sfrecciare le macchine, le seguiva con lo sguardo e puntava al centro della carreggiata.
Voleva vedersi spostare dal vuoto d’aria che si sarebbe creato al passaggio di macchine.
E si era portata proprio lì.
Le suonavano.
Uno le aveva urlato “Matta”
Non aveva dato importanza a quell’urlo, poi quell’urlo l’aveva raggiunta alle spalle, spingendole i pensieri.
“Si matta ma che importa.”
Si era persa, aveva perso tutti i momenti graffiati ad una vita comoda, aveva perso le certezze di sicurezza, aveva perso quell’illusione sabbiosa che aveva creduto fosse, amore.
Aveva perso, si, ma si era ritrovata perdendo ciò che evidentemente doveva essere perduto per poi riprendersi se stessa.

Parole a Mia Madre.

Cercavo il profumo del tuo collo, quel sentirmi rasserenata dalla tua presenza sempre troppo presa a sistemare casa, era un attimo solo mio che dovevo dividere con le altre sorelle.
Pochi abbracci.
Pochi baci.
Poche parole.
“Sei una peste!” mi dicevi e me lo dici tutt’ora. E si, na testa calda, che ti porti come spina nel fianco.
Ma so che a modo tuo, ma proprio tuo, mi vuoi bene. Questo me lo dico da sola, ho imparato a dirmelo senza chiedertelo.
Difficile il tuo ruolo, ora che lo sono anche io, ma da te, da quello che ho avuto da te cerco di amplificarlo e darlo ai miei figli.
Tanti abbracci.
Tanti baci.
Tante parole.
Saremo anche di generazioni diverse io e te, forte quando mi dicevi ” Ai miei tempi …” ai tuoi tempi come ai miei dobbiamo solo tenere presente che siamo (state) figlie e non dimenticarlo mai.
Auguri alla Mamma che sei stata, che sei e che sarai, non cambia questo nostro legame ombelicale.

Firmato
Una figlia diversa

Vedervi così.

Vedervi così.